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CENTODICIOTTO 14 agosto 2018

Il racconto di Vincenzo La Lia

CENTODICIOTTO 14 agosto 2018

La TV sfarfugliava distrattamente, la radio di servizio gracchiava, il temporale ne disturbava la ricezione e le comunicazioni arrivavano a tratti.
Il servizio precedente era arrivato subito dopo il cambio, con i colleghi smontanti della notte. Avevamo appena finito di controllare il mezzo, i presidi, il defibrillatore e tutto quanto, previsto della check list. Antonio il mio collega, quella mattina era malinconico, più del solito, con le commessure labiali rivolte verso il basso e con le sopracciglia aggrottate . Pensai che indagare sulle motivazioni sarebbe stato indiscreto, mi limitati soltanto ad una pacca sulle spalle ed ad un ” Antò tutto a posto? ”
Annuì e mi bastò. Il tonfo del portellone suggello’ che nel vano sanitario ogni cosa fosse al suo posto e perfettamente funzionante. La porta che delimita il luogo in cui sostiamo si chiude a molla e il suo rumore che chiudendosi raschia il pavimento e lo riga, fu stridente e si mischio’ alla suoneria del telefono di servizio. Risposi identificando il codice dell’ ambulanza e mi fu disposto di recarmi in largo Mosè, per una caduta accidentale. Impostammo la destinazione sul navigatore e qualche minuto dopo fummo sul posto. Nulla di che, un banale trauma cranico con una piccola ferita lacero contusa procurata da una brutta caduta, che aveva fatto urtare testa della signora Elisabetta contro lo spigolo del marciapiede. La invitiammo a salire in ambulanza per recarci in pronto soccorso così da poter fare un controllo medico e lei accetto’. Il servizio, in tutto durò un’ora circa, il tempo necessario per bagnarci da capo a piedi. I temporali estivi sono dispettosi, ti colgono all’ improvviso e ti trovano impreparato, nessuna contromisura per difenderti dall’ acqua. Nessun ombrello, nessun scorriacqua nulla di nulla. La pioggia irriverente, si poggia sulle braccia scoperte e con facilità attraversa quei pochi millimetri di stoffa degli abiti, regalandoti un aspetto trasandato e spennacchiato. Comunicammo il fine servizio e il tragitto per il ritorno in postazione, fu silenzioso, i pochi rumori che spezzavano il silenzio furono, il rombo del motore, la radio che riceveva le comunicazioni della centrale e qualche colpo di tosse di Antonio.
Antonio bestemmiava spesso, si incazzava facilmente e non lodava né Dio né santi, i tanti anni di servizio, le tanti morti ingiuste, precoci, inaspettate, notturne, improvvise lo avevano inasprito e informato che Dio non c’è. Io invece, mi chiamo Salvatore, gli altri mi prendono per il culo, mi chiamano Salvatore il soccorritore e mi dicono che sono nato per fare questo lavoro e nulla altro.
Invece no, non è così, da piccolo per ogni incidente automobilistico, per ogni ferita o per ogni morto ammazzato, mio padre poggiava la sua mano con il palmo aperto, più che poteva, più di quello che i suoi tendini gli permettevano, davanti ai miei occhi e li tappava . Spalancava la sua mano di scatto, per proteggermi dagli orrori, dal dolore, dal sangue, dal pianto. La spalancò talmente spesso, da convincermi a pensare che una scena cruenta potesse indurre a follia improvvisa e dalla visione del sangue o di un corpo martoriato disteso per terra, me ne tenni lontano per anni. E invece alcune volte ci si ritrova come una pagliuzza trascinata dal vento, che ti sobbalza e ti gira e rigira tra i suoi turbini e ti porta dove vuole il destino o forse la casualità e per dispetto di uno dei due, ti ritrovi a far ciò, da cui eri stato per anni protetto, il soccorritore centodiciotto.
Parcheggiai il mezzo ed ci accompagnammo dentro la stanza. Il tempo in postazione quella mattinata seguì i ritmi di sempre, lenti e noiosi ma sempre con la consapevolezza che possono cambiare repentinamente. Accompagnavano i miei pensieri, le mura scrostate con le carte topografiche appese, le immagini dei santi proprio sopra la TV e a dissacrare il calendario Pirelli sul muro di fonte, con una donna per ogni mese che ammicca e stuzzica pensieri languidi. In una postazione di soli uomini puoi permettertelo. Mimì, una collega della postazione del centro, la settimana scorsa alle venti spuntò sorridente e bella come il sole e con la divisa in perfetto ordine, con voce sottile ed intonata esclamò” buona sera colleghi, devo fare il turno di notte, lo ha disposto l’ ufficio personale” così ci in quattro e quattr’otto per rispetto e per vergogna, il calendario fu girato e le donne sparirono. Ma la mattina seguente, le tette a pera e il culo preso di traverso della modella di agosto, tornarono a campeggiare.
” facciamo il caffè? ” chiese Antonio, risposi di si. Con fare lento, si alzò, aprì l’ armadietto di lamiera, si armò di caffettiera e caffè, svito’, mise l’ acqua avvito’, la poggiò sul fornellino elettrico, fece qualche passo avanti, qualche altro indietro, guardò distrattamente il suo cellulare e immediatamente, il borbottio della caffettiera e l’ odore del caffè divennero protagonisti, ma altrettanto il suono del telefono di servizio. Il primo squillo è sonoramente sterile, solo vibrazione che scuote il ripiano in legno della scrivania, segue la suoneria altalenante, fischiante, con tono crescente. Tutto diventata secondario, qualsiasi cosa stia facendo, tutto viene interrotto e i ritmi dell’ attesa lenti e noiosi si trasformano in veloci, concitati, tesi.
La voce dell’operatore, non è mai standardizzata alcune volte seria, altre rassicurante, o perché no’, alle volte anche ironica, ma sempre professionale, mai distaccata.
Le emozioni sono umane, sistemiche e si trasmettono per induzione. Bastano poche consonanti poche sillabe e qualche pausa emotiva, a far capire che quella era una mattinata maledetta da Dio e santi.
” ragazzi è crollato il ponte autostradale, che attraversa il torrente, fate presto, ci sono morti, alcune macchine, sono crollate da li sopra”
Non ci sono molti torrenti in zona e neppure tante autostrade, intuimmo inequivocabilmente località, torrente, autostrada.
Allerta, tonfo alla pancia, ritmo cardiaco aumentato, esplosivo rilascio adrenalinico. Uscimmo di corsa, la porta a molla non ebbe neppure il tempo di cigolare e il rumore non fu stridente, ma secco e netto, metallo che premurosamente sbatte contro metallo. Le conversazioni con Antonio, serie, nette, precise. Gli sguardi di assoluta intesa e fiducia. La chiave girò dentro il blocchetto d’ accensione, il motore ancora caldo per il servizio precedente, partì immediatamente e il silenzio dell’ isolato fu deflorato dall’urlo della sirena.
Conoscevamo a perfezione i nostri ruoli e protocolli, li ripassammo a voce alta, presentandoli l’ uno all’altro, forse un modo per spezzare la tensione e regalarci sicurezza. Antonio mi ricordò di parcheggiare in sicurezza, di scendere la radio portatile, i bombolini d’ ossigeno e i presidi per l’ immobilizzazione. Io gli rammentai di scendere defibrillatore, entrambi i borsoni e quant’altro più possibile. Il tragitto non fu lungo, ma parve interminabile e la concentrazione ad ogni chilometro sempre più lucida e razionale.
Le scene apocalittiche non si mostrano mai subito per intero, ma come per scelta registica, in una scarrellata da desta verso sinistra o viceversa, proprio come nei film. La nostra mente ha bisogno di digerire per gradi, il dolore e l’orrore. Per prima apparvero polvere, fumo , poi ciò che ancora era intero e solo successivamente, l’ orrore si mostrò in tutta la sua interezza, a tutti e cinque i sensi.
L”odore aspro, pungente e soffocante, il silenzio impastato alle urla strazianti e alle infinite richieste di aiuto. I clacson delle macchine e dei Tir rimasti schiacciati e inglobati tra ferro e cemento, come un l’ultimo urlo di un animale ferito a morte suonavano ed infastidivano.
Deglutimmo il dolore e le emozioni prima di parlare e comunicammo immediatamente con la centrale, con toni veloci e netti. Richiedemmo altri mezzi altri soccorsi, tutto quanto più possibile, ogni mezzo che fosse libero, elicottero, automedica, altre ambulanze, vigili del fuoco, polizia, carabinieri. L’operatore aveva già allertato e le sirene che si udivano avvicinarsi lo testimoniavano . Facemmo tutto quanto previsto dai protocolli, defibrillammo, immobilizzammo, assistemmo, confortammo, collaborammo con i colleghi. Alla fine, piangemmo e Nino pregò.

Soccorritore 118 Vincenzo La Lia agosto 2018

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1 Commento

  1. Nicola Cine King

    Bellissima testimonianza, onore a te e a tutti i soccorritori del 118, troppo spesso sottovalutati.
    Nicola Cine King (per chi ancora si ricorda).

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Emyr Stampa
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