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I cannoli della sacrestana

Scrivofono Sicano – la rubrica di Vincenzo La Lia

I cannoli della sacrestana

La dottrina era una gran camurria. Il sabato pomeriggio era : Un quaderno, il libro del catechismo sotto l”scelta e il passo spedito, verso il portone della chiesa, lasciato semi-aperto, per consentire l’ ingresso in chiesa dei picciriddi.
Vincenzino, arrivava sempre in ritardo, non perché uscisse tardi da casa, sua madre era precisa e puntuale nell’accompagnarlo alla porta , ben sistemato e inciavuriato con la colonia zagara Zuma. Gli veniva asparsa frettolosamente e abbondantemente, sui vestiti, sulle mani, sul collo e infine un’altra manata era riservata per i capelli, con la doppia funzione e per improfumare e per renderli addomesticabili al pettine. Il tocco finale era una carezza al volto e la raccomandazione ” pari a tia, ti fai rimproverare dal parrino e dalla signorina Maria. E mi raccomando, non ti fermare per strada, con gli altri picciriddi, che poi arrivi in ritardo”.
Le raccomandazioni servono soltanto a una cosa, ad istigare comportamenti in contrapposizione al loro contenuto. Puntualmente ogni sabato, girato l’ angolo, non appena si eclissava dallo sguardo della madre, incontrava Peppino Portobello, per via del suo naso aquilino e Filippo nasche lorde, per il moccaro che, come un rubinetto che perde, gli scendeva giù dal naso per 360 giorni all’anno. Il rivolo, d’ inverno era piú fluente e quando lambiva la bocca, lo arrestava o con la lingua o con la manica della camicia, cospargendolo sulla stessa e sul volto con un movimento del polso, destro e sinistro. La loro presenza, seduti sul terzo gradino di cemento lisciato, della casa di Rais Bellomare, che in verità si chiamava Rosolino, ma dopo un viaggio in America si rinominò Rais, era tentatrice. Lorenzino portava sempre un mazzo di figurine nella tasca dietro, che la ingigantivano e gonfiavano e gli facevano il culo sbilenco. Alla sua vista, i due non restarono indifferenti e con atteggiamenti di sfida, gli rivolsero parola” facciamo una cosa, chi ne ha chiossae se le prende tutti”.
Il gusto della sfida, istiga allo stesso modo della fiammella di una candela che attrarre a se le farfalle notturne. Sanno e conoscono il pericolo, ma attratte ed ipnotizzate dall’ ondeggiare del fuoco vanno lo stesso. Iniziava la conta, uno due tre quattro e così via e Filippo lo fotteva sempre, per una decina di figurine in più. Poi in un sussulto, ricordando le parole della madre e la signorina Maria del catechismo e il parrino, frettolosamente salutava e cornuto e mazziato, andava via. Camminava a passo spedito, alla camminata, per recuperare tempo, alternava tratti di corsa e nel rettilineo che porta alla chiesa, allo stesso modo di un podista che scatta negli ultimi cento metri, Vincenzino prima prendeva fiato e poi correva con tutta l’ energia che aveva in corpo, ma era ben consapevole, che il tempo perso per strada, ormai era perso. Maria la catechista zitella, acida come un limone, lo accoglieva, con il piede trotterellante dalla punta, indice di impaziente attesa. Afferrandolo dalle orecchie e spingendolo malamente dalle scapole, gli indicava il posto dove sedersi. Lontano dall ‘organo e dalla porta cigolante di legno, che portava al campanaro. Era ben consapevole con chi aveva a che fare. Non era passato tanto da quella domenica in cui, forse per sfregio o forse per capriccio, durante la messa e l’ osanna cantata, destramente e con un’ abile rotazione del piede, la spina di alimentazione fu fuori dalla presa. L’ organo sospirò le ultime note via, via decrescenti come un animale ferito, agonizzante prima di morire, poi resto’ muto. Padre Disalvo fece una mala taliata e sembrò tutto finisse lì, ma fu solo parvenza. L’ andate in pace la messa è finita, anticipò una sonora cazziata a corredo di una dolorosa tirata d’orecchie. Tutti tiravano le sue orecchie, la sagrestana, il parrino e finanche la maestra Giusy, per ogni tabellina irrispettosa o per ogni coniugazione fuori tempo. La madre invece no, non gli tirava le orecchie e neppure il padre. Loro agivano con la cinta o con il cucchiaio di legno e la madre agli strumenti di tortura prima indicati, preferita i suoi denti che stampavano orologi sulle carni di Vincenzino , sui suoi polsi, sulle sue braccia e sulle sue guance.
Il cazziatone del parrino, la tirata d’orecchie, il suo affronto, non potevano restare impuniti. La vendetta premeditata con cura certosina, degna di un sopraffino svaligiatore seriale di banche, mai scoperto e rimasto impunito, non tardò ad arrivare. La domenica successiva, la messa inizialmente scandita dalle letture, dai canti e dalla predica, non lasciava presagire nulla di inconsueto, filava tutto liscio.
Vincenzino cantava a fil di voce anche quando il canto prendeva enfasi e volume. La signorina Maria, gli aveva imposto di cantare o a basso volume o meglio ancora di far finta, simulando il canto con le labbra e senza voce, come si direbbe oggi in playback. Era talmente stonato e fuori tempo, da indurre tre quarti di coro a stonare di conseguenza. I canti seguirono l’ atto di dolore, poi altri canti e altro ancora. Il fruscio delle gambe che si genuflettono sul legno degli inginocchiatoi, fu interrotto dalla voce di Vincenzino
” signorina Maria, ha ghiri a fare a pipì”
” Giusto giusto ora? Per la binirizioni? ”
“mi scappa”
” va bene vacci, ma araciu, araciu senza sbattere la porta, shhhhhhhhh” .
In punta di piedi Vincenzino uscì dalla porta che porta nelle scale, la socchiuse delicatamente, il prendete e mangiatene tutti del parrino fu solenne e intriso di commovente emozione. La porta delle scale, adiacente quella che porta al campanaro, socchiusa di tre quarti e la corda legata alle campane bene in vista, segno’ l’ inizio della vendetta. Con sguardo fiero e come in preda ad un raptus, afferrò la corda e tirò talmente forte le campane da esser sentite fino all’altra punta del paese, come non era mai successo. Il parrino interruppe la messa con la benedizione del vino, la frase resto’ a metà
” prendete e bevetene tutti questo è…………….” .
e malgrado il rumore vibrante delle campane sotto voce ma non troppo, esclamò
” questo è…………. Quel gran cornuto di Vincenzino “.
Si dovette aspettare che le campane finissero di suonare per riniziare la santa messa. La punizione che seguì, dopo la celebrazione, stavolta fu ancora più cruenta . Le orecchie, gli diventarono cosi rosse, da ricordare in un colpo solo, tutte le piaghe di Cristo in Croce.
La bicicletta a risarcimento danni, andò in dono a Ciccio Malatesta, orfanello ed ospite delle monache e Vincenzino per purificare la sua anima, dovette ripetere in ginocchio e a testa china, trentatré padre nostro, trentatré ave e Maria e trentatré gloria e padre. Malgrado tutto, il suo aspetto, non tradiva la sua natura cornutisca. Rispetto agli altri suoi compagni di catechismo era il piú piccolo, per una scelta della madre, di scriverlo a scuola un anno prima. La sua statura minuta testimoniava ancor di più, l’ anno in meno rispetto agli altri e quei sabati pomeriggi e quelle domeniche mattine di prigionia coatta, gli pesavano come macigni. Fuori la primavera segnava la stagionalità dei giochi, con le catinelle di plastica colorata, per giocare a pizzico o incastrate nei raggi delle ruote delle biciclette e le figurine, comprate o vinte o perse a battuni, a susciuni, con il mento e la lingua piegata in due che diventava un tutt’uno con la sputazza, di chi aveva soffiato prima e con la polvere dei gradini dell’ ingresso delle case o della scuola.
Ma oramai era l’ ultima primavera da dover spendere per il catechismo, a breve sarebbe arrivato il giorno della prima comunione, almeno cosi pareva . Per l’ evento, suo padre, non tralascio’ nulla, curò tutto nei dettagli. Fu suo il compito di allestire la location per il banchetto. Così, un vecchio magazzino, tinteggiato il rinzaffo color giallo limone, con la pompa a spalla, diventò sala trattenimento.
La madre invece, si occupò degli inviti e dell’ abbigliamento di Vincenzino, un vestito blu scuro, con tanto di cravatta e scarpe nere lucide dello stesso colore della cinta. Uno sposino in tutto e per tutto. Non sarebbe mancato nulla, perfino i disc jockey , Angelo e Pino che alternavano rispettivamente all’idraulica e alla muratura, il gusto per la musica da abballare. Ricevevano piccoli compensi in cambio, utili per lo più a comprare casse, piatti e piastre rigorosamente Pioneer o Tecnicis. I fari da discoteca invece, li costruivano fai da te, infilando i faretti colorati dentro le latte d’olio motore già svuotate e con l’ estremità rotonda ritagliata e tolta. Furono scelti ed acquistati anche le bomboniere, per i parenti più stretti, uno sciccareddo blu di plastica vellutata, con il coppettino appeso al collo, per il vicinato e i parenti più lontani invece, un semplice coppettino di tull bianco.
Tutto era pronto, tranne l’ inaspettato pianto isterico di Vincenzino di ritorno dall’ ultima lezione di catechismo. ” Picchi chianci accussi? ”
Gli chiese il padre preoccupato con una mano pronta ad accarezzarlo e l’altra a timpuliallo.
Vincenzino non rispose. Le domande con varie opzioni proseguono ” Pighhiasti lignati? Ti arrubbaro la bicicletta? Ti struppiasti carennu? Parra, parra ” .
Le mille supposizioni restarono ingrovigliate e senza risposte tra gli strilli di Vincenzino. Ma spazientito ed assordato dal piagnisteo ” O mi cunti chi ti succiriu o ti fazzu chianciri a piaciri mio ” rincalzo’ il padre. Vincenzino raccontò ” quella sdisanurata della signorina Maria, mi risse che lei e il parrino non vogliono darmi la prima comunione”
” E picchi? ”
” Picchi dicinu, che ancora non sono pronto ”
Il padre resto’ muto, rifletté e in un misto di raggia e orgoglio, ma con tono rassicurante
” un ti preoccupare, ora ci pensa u papà ”
Il giorno passò come non fosse successo nulla e forse per esorcizzare l’ accaduto, non se ne parlò manco il giorno successivo e la madre fu tenuta all’ oscuro di tutto, per proteggerla dalla vergogna che suo figlio, sarebbe stato il primo caso di bocciatura da catechismo. La sera successiva, il padre si vesti di tutto punto, come era solito fare o le domeniche pomeriggio o in caso di inviti per cerimonie o funerali. Prima passò dal fioraio, comprò una pianta della sua stessa statura, la mise in macchina e si recò per il piano B. Dal pasticciere per un vassoio di cannoli. La signorina Maria era solita star in sacrestia dalla mattina alle venti di sera. Ma certe cose, è bene che si facciano riservatamente e con il buio della sera che protegge da occhi ladri di pettegolezzi. La sera Maria si recava a casa, non molto distante dalla chiesa, la distanza di una decina di case con il prospetto scrostato dall’ intonaco e subito dopo girato l’ angolo della fontana. Turiddo verso le ventidue, quanto i cani randagi si sostituivano alla gente, si mise in macchina e si recò “nel liscio” il quartiere della sagrestana. Posteggio’ vicinissimo l’ uscio della sua porta, scese dalla macchina e circospetto bussò sulla porta a vetri della Signorina Maria.
” cú è ? ” rispose, dall’ unica stanza del piano terra
” sugnu turiddo Marfia”
” e chi voi a chist’ura? ”
“”T’ha parrare ri mè figghiu”
Maria fece un sospiro scocciato, così forte da essere sentito fuori dalla porta e a passi lenti segnati dalle sue scarpe di suola aprì la serratura della porta .
” un c’è nenti di fare, è inutile che mi vieni a parrare. La comunione, natr’annu”
Turiddo fece due passi indiretto allungò la mano, tirò fuori la pianta e con un sorriso accattivante
” questa è per sdebbitarmi in anticipo”
” e chi mi ni fazzu ri una pianta? Unni a tegno?”
” si un hai unni tenila, dumani la porti in chiesa sutta la cruci dell’Altissimo e preghi pi Vincenzino e per la sua prima comunione”
” ti risse, che non c’è nenti di fare, oramai è deciso. La comunione natr’annu”
Turiddo fece nuovamente due passi indietro, si rinfilo’ nuovamente dentro la sua 127 e diede azione al piano B. Prese il vassoio e con un’altra risata, ossequiante lo porse nelle sue mani.
Era consapevole e ben conosceva, quanto fosse licca.
” Maria, a due chili di cannoli di ricotta fresca fresca, con la scorcia croccante che fa scruscio sutta i denti e con due cocci di cirasa incilippata sui laterali ci voi rire di si o di no? ”
” ma chi mi stai circannu di corrompere? ”
” che sia mai, Maria, è sulo riconoscenza. Ma sulo se fai prendere la cumunione al mio picciriddu”
Maria esitò e dispiaciuta, ma tentata dal diavolo tentatore
” un lu pozzu fare”
Turiddo, preso il vassoio dalle mani della sacrestana e poggiandolo sul tavolo lo scartò, afferrò un cannolo lo morse e il rumore della scorcia echeggio’ per tutta la stanza. Il suo viso prese le stesse sembianze dei dipinti dei santi in estasi mistica e sentenziò
” in un muzzicuni , si racchiude tutto il vero piacere ” .
Lei lo fissò, fissò il vassoio pieno di cannoli spolverati dal finissimo zucchero a velo e cannella, che inebriavano e riempivano di ciavuro tutta la stanza e con gli occhi languidi rispose
” Domenica Vincenzino è di comunione, in prima fila. Tu invece diavulazzu tentatore per discolparti e sbiancare la tua anima , leggerai sul pulpito, dirai trentatré gloria e padre e mi raccomando soprattutto una cosa . Non facciamo che domani ti vai a confessare questo peccato con il parrino ? ”

VINCENZO LA LIA maggio 2018

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Emyr Stampa
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