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Il treno del sole

La rubrica Scrivoforo Sicano di Vincenzo La Lia

Il treno del sole

Non era una stazione ferroviaria ma un luogo di addii e nessuna tettoia addifinneva, la nura testa di saro Calì. Ad ogni scruscio che assomigliava a quello di un treno, sollevava la mano destra, la metteva a paletta supra gli occhi, per addifendersi dal sole agustino e attipo una vedetta, si sforzava di taliare, oltre il cannito che occludeva parzialmente, la visione sui binari. Aveva premura di andarsene, perché gli addii più durano più addiventano dolorosi
.Ad accompagnarlo non era venuto nessuno, con lui soltanto Ciccio sciancato, il suo cane meticcio e nessun altro e non per malo rispetto, ma per sua pirsunali imposizioni. Gli abbracci, accompagnati dalle timpulate sulle spalle e quelle frasi singhiozzate all’aricchia (e allura chi fa un ni viremo chiu’?) gli avrebbero fatto passare quello spercio di volontà di andare via, da quella amara e sirvaggia terra. Già stanco della prima urata d ‘attesa, doppo aver adagiato il fazzoletto per non allordarisi i pantaloni , si assitto’ sulla panchina di marmaro vicino alla funtana a furma di colonna squadrata in ghisa e aspitto’ passari il tempo . Dall’ artoparlante, una vuci gracchiante, annuncio’ ( il treno del sole , Milano centro è in ritardo, ci scusiamo con i passeggeri).
L’attesa si prospetto’ longa e mille pensieri accompagnati dal pititto, iniziarono ad affollare come tante lape, la testa di Saro.
Doppo una buona urata dall’annuncio, dal tascappane, prese il pezzo di pane menzo duro, cunzato con olio, sarda salata e cacio cavallo che doveva servire per il viaggio e appoggiatosi i gomiti alle ginocchia, tra un muzzicune e un pensiero nostalgico, cercò di ingannare l’attesa. Pensò a tante cose a quello che lo aspittava e a quello che lasciava. Pensò che la vita e’ strana e gli aveva riservato, lo stesso distino di suo fratello Franco, che ora si faceva chiamare French, anche lui migrante in una terra straniera e luntana, Brucchilini. Pensò a sua madre e a quella scena tanto dolorosa che duminica per duminica, recitava doppo la missa mattutina. Si ni andava, in un posto isolato, dove due montagne, si iuncicano quasi abbrazzandosi, topomomasticamente chiamato , vadde Cucchi. È un posto dove la vuci, addiventa chiu’ grossa e si raddoppia. Doppo qualche momento di riflessione e con in mano una vecchia cammisa del figlio emigrato, portava le mani lateralmente alla vucca, per amplificare il tono della voce e ne urlava il suo nome ( Franco, Franco, quanno veni a truvarimiii? Prima chi moro chi fa veni ?) con voce chianciulina e tremolante dal dolore nall’arma (haiu u core addulurato, veni, veni, hoo figghiu mio). Dal fondo della valle quasi pi miraculo, una voce gli arrispondeva (vegnooooooooo ora vegnooooooooo, un passa tanto tempo e vegnooo, hoo matri mia). Tano il civiloto, pasture di professione, per fare questa azione nun era pagato da nissuno e di certo non lo faceva, come segnu di babbio verso all’afflittta matre ma perché sapeva che malgrado lei capisse e fosse consapevole che quella voce echeggiante non fosse di suo figlio, in qualche modo ci dava conforto.
A quei pensieri il cuore di Saro, accumincio’ a battere più forte che pareva un tammurino e il ritmo aumentò chiossae al pensiero di Lucia Ricasoli.
A quell’amore mai consumato, attruvato, ritrovato e pirduto mille e una vota e forse vero motivo per scappari da quel posto.
Lei già da picciridda, promessa sposa di Rocco, il figlio di don Rosario Alaimo, una delle famiglie più ricche e potenti di Menzolumeri . Saro ebbe la fortuna o forse la mala sorte, di conoscerla fin da picciridda, da quando ancora frequentavano le scuole elementari e di sbintarsini perdutamente la testa. Eppure entrambi erano da subito consapevoli che Lei e Rocco, da grandi sarebbero diventati marito e mugghere, ma si dice che al cuore un si cumanna e così, la loro relazione di rammucciuni e a dispetto di tutti, negli anni crebbe a dismisura. Ma il tempo e’ come un susciuni in una cannila, gli anni erano passati e quello che nessuno dei due, avrebbe voluto successe stava per accadere.
Il matrimonio combinato si avvicinava e il dulure al cuore di Saro, era attipo un fendente che appizzava e lacerava. Come avrebbe potuto arristare, in quel paise e assistere ghiorno per ghiorno, alla visone della sua Bettina, inzemmula a quello scimmiune di Rocco ?
Per giunta al suo cuore infranto, si agghiunceva la scarsizza di lavoro che se c’era era, per curpa della gente come don Rosario Alaimo, era sutta pagato.
A questi e ad altri mille pensieri, Saro si era come assopito e il suo sguardo era addivintato catatonico.
Una mano dolcemente appoiata e accarezzante la sua spadda, lo ridesto’ dal torpore dei suoi pensieri.
Si girò tutto in una botta e i suoi occhi, videro ciò che il suo cuore, avrebbe voluto essi vedessero.
Lei era alle sue spalle, la talio’ da assittato con la testa sfurriata e con il sule filtrato dai suoi capelli ,ancora sciolti e con nessun tuppo ad ammataffarli. Dall’ altoparlanti nuovamente la stessa voci gracchiante annunciò (in arrivo il treno Menzolumeri -Milano i signori viaggiatori sono invitati a prepararsi per l’imbarco).
Il tempo, il tempo, quando vorresti ammuttarlo è sempre troppo e invece mai come in quel momento, Saro avrebbe voluto firmarlo, tenerlo stritto stritto e bloccarlo ma iddo è Impalpabile, etereo, scappa via futtendosene delle esigenze del minuto.
lo sguardo tra Saro e Lucia fu’ longo ed intenso e non ci furono discorsi che lo potettero sostituire, una sola frase fu proferita dalla vucca di Saro (e allura ti mariti pi davvero ?).
Lei esitò un attimo, il suo sguardo diventò siddiato e i suoi lineamenti si inarcarono verso il basso. Distese le braccia un po in alto e allargo’ i palmi delle mani ancora più in alto, come in un gesto di aiuto verso la madre santissima. Il capo stazione con la paletta esorto’ a salire in carrozza
Entrambi si diressero verso il treno lui avanti e lei dietro.
Saro messo il primo piede, sullo scalone di ferro del vagone, si girò verso Lucia e in un misto, commosso di parole, speranze e dolore ( ari fari, quello che vuole la volontà divina e lu to cori, ma sia che i tuoi piedi, siano verso di mia, sia che vadano dal lato opposto, fallo senza vutariti mai )

La Lia Vincenzo febbraio 2016

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1 Commento

  1. franco

    se mi posso permettere di dare un consiglio vorrei dire al sig La Lia che secondo me dovrebbe scrivere i suoi racconti in italiano perche' il dialetto se non saputo usare puo' risultare nocivo e duro da capire e infatti non sono riuscito a leggere tutto.
    comunque apprezzo lo stesso l'impegno e complimenti.

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Emyr Stampa
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