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”Pi miracolo ra Mmacolata”

Scrivofono Sicano – la rubrica di Vincenzo La Lia

”Pi miracolo ra Mmacolata”

Erano tempi di messa, di incenso, di cannile, di scampaniate con la matinata e con la siritina, di  Maronna  esposta, di primo friddo  pungente, di luminarie natalizie e di  finestre dalle quali  si intravedevano  alberi di Natale con luci adduma  e astuta.

Altare in festa, con drappi blu  ricamati con tante stidde  d’ oro  che scendevano  lateralmente  al simulacro e di supra  si riunivano in  una grande corona di ligno, tinciuta tutta  d’oro .
I  picciriddi  nun  capivano se era in carne e ossa o di ligno  scolpito, sembrava che da un minuto  all’altro  dovesse parlare, arririre,  muovere gli occhi e comu  una matre allisciarti amurevolmente   la testa e la facci.

Nonna diceva sempre che lo scultore, l’aveva criata , doppo averla vista in sogno  la notte prima .
Nove giorni ininterrotti  di misse, una con la matinata che  ancora faceva scuro   e un’altra la sira, prima dell’ura  di manciare.
Entrambi misse erano una più china dell’altra e sempre con una vintina  di cristiani che restavano  aggritta,  davanti le due porte laterali di accesso alla chiesa. Nelle prime file le vecchie con la faccia arrapparusa  incorniciata da un velo nero arracamato e con gli occhi socchiusi,  murmuriavano insemmula e in coro con il parrino,  i vari passi della messa. Nelle ultime file invece, picciotti  e picciotte in cerca di sguardi e sorrisi timidamente e  appena accennati.
Idda  era seduta sempre nello stisso  posto, la quartultima  fila di sinistra.
E Mario  propositamente,  per   nove giorni di fila, fu  assittato  nella fila di rarrere .
I capelli  di Maria Lo Bello,  ricci e  nivuru comu la notte  , tenuti sommariamenre   raccolti da una scocca di velluto blu,  gli si impalavano davanti e gli impedivano di osservare in tutta la sua interezza,  la bedda  matre  santissima, che veniva a tratti  filtrata  dalle  ciocche  che si inturciuniavano  tra di loro.

Ma chi importanza aveva? Non davano disturbo, erano testimonianza che sacro e profano, potevano ire d’accordo e completarsi vicendevolmente.
Ad ogni girata di testa di Maria sia verso destra o sinistra,  la bedda  matre veniva totalmente  cummigghiata,  ma in compenso spuntava  il profilo della sua faccia, il suo musso e il suo varbarotto  in un perfetto allineamento e la sua guancia a disegnare un semiarco  a forma di menza  luna , una perfetta geometria di biddizza.
Il parrino  prericava, ma Mario  su dieci parole non ne  sentiva  e capiva manco una, proprio    come    donna Ciccina che  anche se assittata  nelle prime file,  alle parole difficili del parrino, arrispondeva con una calata di testa a  occhi  chiusi.
Per Mario nun  c’era avutro  modo e manera per  poter conoscere, da maronna  in terra. E se fosse malauguratamente scappata anche  questa occasione, se ne sarebbe riparlato per la iornata  di pasqua, quando nuovamente tutto il paese sbummicava  fuori dalle case, per passiare ed assistere allu  ncontro tra Maria Santissima  e Cristo risorto.
E in questo arco temporale, a Mario  non sarebbe rimasto che sperare in un improbabile ed inaspettato  incontro, oppure passiare  e ripassiare  davanti la so’ casa, aspittanno  come un virmisia ca idda  dal balcone lo notasse.

“Cari fratelli e sorelle scambiatevi  un segno di pace” era il momento chi iddo, cu cori a mille,  aspittava pi tutta la missa, spirando  che lei si girasse, isasse  lo sguardo e allo stesso modo di come quando, doppo una timpesta  spunta un occhiata  di sule, il suo sguardo si posasse, si impicicasse, trasisse, divintassi  tutt’uno con il suo, illuminannulo di biddizza  e amure.
Ma la so’ mano, strincia  chidda  forte e pussenti, prima d’un murature, poi chidda  d’un viddano, poi ancora chidda di un picciriddo  mbrazza  a so’ matre e di  idda e della sua mano,  nessun accenno, nudda girata, anche sulu  per una taliata  verso ri  iddo.  La  mano di Maria  e la so’ paci  iano  prima di ca’ e poi di da’ e a iddo ci   lassavano  la guerra nta l’arma.
Iddu taliava  ncazzatu la prima immagine sacra ca ci vinia  di ravante  e con il pinseri  ci ricia ” si ci si, pi  davvero, fammi sta grazia, runamilla  in muggheri e poi nun ti addumanno  chiu’ nenti”.

Tra tanta gioventù delle ultime file, per il ciavoro  dei cucciddati  che si portava appresso  dalla sira  prima, spiccava Tituzza  la Calamignana. Sapeva di saime, cucuzzata, mennule, ficu  sicche e uva passa. Tituzza usava farne di du’ manere come piacevano a so’ marito Biagio  con i ficu  sicche e l’uva passa  e come piacciono a suo fighhio Mario,  con la cucuzzata  e le mennule . Lei in faccia   guardava sulu la Bedda Matre Santissima,  a so’ fighhio e   a nuddo  chiu’.
E agghinucchiuni,  priava  per suo fighhio  Mario “Madre Santissima, io lu  vio  ca iddo pate  peni d’amure, lu vio ri nta l’ocche ri comu si muove e camina  e a notte poi la fa giorno.  Ma lu capisciu, ca nudda fimmina  si carricasse  la so’ cruci.  Iddo nun senti e nun parra. Tu ca’ si puru  matre, FAMMILLU   PI MIRACULO  levaccilla  ri ntesta, si è  pi bene tanti porte aperte si è  pi male milli  impirimenti”.
La messa è  finita andate in pace era a  conclusione di quelle preghiere e di quei pensieri.
Il licca  meccio astutava  le candele, che restavano fumanti per qualche istante.
Una  fila più o meno ordinata si creava per uscir dalla chiesa.
Mario porgeva  il suo braccio a sorreggere il passo insicuro dell’anziana  madre. Il ghioco  di fuoco e il feto della polvere da sparo segnavano  anche loro la fine del nono giorno.
Mario teneva stritta  la mano di sua madre, ma non abbastanza stritta,  da non capire che  gli stava comunicando “talia  ri da’ ”
Maria era ferma immobile, sutta  l’ecce  homo. Il suo sguardo  gli buco’ l’arma, gli gelo’ il sangue e  gli fermò il cuore. Fice  un sorriso da far agghiornare  prima dell’ura e scadendo movimenti della mano davanti il viso, la bocca e  il naso gli disse “Le mani e gli occhi possono  parlare  anche senza voce, buona Immacolata”.

Eppure Maria parrava  di voce e quei gesti, quel linguaggio muto, lo aveva imparato solo per lui,  l’uomo che per tanto tempo aveva ignorato solo per metterlo alla prova … Una prova  d’amure.

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Emyr Stampa
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